Quando la scienza riscopre un sapere antico
Forse non tutti sanno che nel 2016 il biologo giapponese Yoshinori Ohsumi ha ricevuto il Premio Nobel per la Medicina per aver portato alla luce un processo fondamentale per la vita: l’autofagia.
Il termine significa letteralmente “mangiare sé stessi”, ma il suo significato reale è tutt’altro che distruttivo.
L’autofagia è un meccanismo di riciclo e rigenerazione cellulare, attraverso il quale l’organismo elimina componenti danneggiati o non più utili, trasformandoli in nuova energia e materiali funzionali.
Non è una scoperta sensazionale nel senso mediatico del termine: è piuttosto la conferma scientifica di un’intelligenza biologica già inscritta nella vita.
Che cos’è davvero l’autofagia
L’autofagia è un processo naturale e continuo, ma si intensifica in particolari condizioni, soprattutto quando il corpo non è costantemente impegnato nella digestione.
Quando l’apporto di nutrienti si riduce:
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diminuiscono glucosio e insulina
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l’organismo entra in una modalità di risparmio e adattamento
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le cellule attivano i meccanismi di pulizia interna e rigenerazione
È in questo contesto che l’autofagia svolge il suo ruolo più evidente.
️ Il ruolo del digiuno
Ed è qui che va chiarito un punto fondamentale:
l’autofagia si realizza in modo significativo durante periodi di digiuno o di pausa alimentare.
Non esiste un “interruttore” che si accende dopo un numero di ore.
L’autofagia aumenta progressivamente quando il corpo sperimenta una mancanza temporanea di cibo, cioè una condizione per cui è biologicamente programmato.
Per secoli, questo principio è stato presente nelle tradizioni umane.
️ Il digiuno del venerdì: una pratica dimenticata
Un tempo, nella tradizione cristiana, il venerdì si digiunava oppure si mangiava di magro e poco.
Non era solo una regola religiosa: era anche una pausa fisiologica, un momento di alleggerimento.
Queste pratiche non venivano spiegate in termini scientifici, ma funzionavano perché rispettavano i ritmi naturali del corpo.
Con il tempo, queste regole sono state svuotate di significato e progressivamente abbandonate.
Oggi, la scienza le riscopre con altri nomi.
Digiuno intermittente: antico sapere, linguaggio moderno
Quello che oggi viene chiamato digiuno intermittente non è, nella sostanza, qualcosa di radicalmente nuovo.
È una forma moderna e strutturata di una pratica antica: concedere al corpo finestre di non-alimentazione in cui possa svolgere i suoi processi di manutenzione.
La differenza è che oggi:
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si cerca di misurare
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si tende a standardizzare
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talvolta si rischia di trasformare un principio naturale in una moda
Ma il senso profondo resta lo stesso:
la rigenerazione non avviene nell’accumulo continuo, ma nella pausa.
⚠️ Una precisazione importante
L’autofagia non è una terapia miracolosa, né una pratica da applicare in modo indiscriminato.
Ogni organismo ha una storia, un’età, condizioni specifiche.
La scoperta di Ohsumi non invita all’estremismo, ma alla consapevolezza:
il corpo possiede già strumenti di equilibrio e rigenerazione, se smettiamo di ostacolarli continuamente.
Una lezione che va oltre la biologia
La scoperta dell’autofagia ci consegna anche un messaggio simbolico potente:
Prima di creare il nuovo, la vita elimina il superfluo.
Lasciare andare. Un principio che vale per le cellule, ma anche per la mente e in tutti i contesti della nostra vita.
Patrizia Pezzarossa
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