Domenico, suo padre era cuoco e la madre, Angiolina Orzali, domestica.
Quest’ultima era originaria della omonima frazione di Pescia che ispirò lo pseudonimo che rese lo scrittore famoso in tutto il mondo.
Poté studiare grazie all’aiuto della famiglia Ginori. Il giovane Lorenzini fu infatti ospitato nel palazzo Ginori di via de’ Rondinelli, sulla facciata del quale una targa ne ricorda la permanenza.
Dal 1837 fino al 1842 entrò in seminario a Colle di Val d’Elsa, per diventare prete e contemporaneamente ricevere un’istruzione. Fra il 1842 e il 1844, seguì lezioni di retorica e filosofia a Firenze, presso un’altra scuola religiosa degli Scolopi.
Nell’anno 1843, sempre studiando, iniziò a lavorare come commesso nella libreria Piatti a Firenze.
Entrò così nel mondo dei libri e in seguito diventò redattore e cominciò a scrivere.
Collodi ottenne una dispensa ecclesiastica nel 1845 che gli permise di leggere l’Indice dei libri proibiti.
Iniziò a scrivere recensioni ed articoli per la Rivista di Firenze 4 anni dopo.
Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (pioniere dei periodici italiani per ragazzi diretto da Fernandino Martini), uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino.
Vi pubblicò poi altri racconti (raccolti in Storie allegre, 1887). Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Nello stesso anno diventò direttore del Giornale per i bambini.
L’appartenenza di Carlo Collodi alla Massoneria, pur non comprovata da alcun documento ufficiale, è universalmente riconosciuta e i riferimenti in tal senso sono numerosissimi. Aldo Mola, non massone ma che comunemente viene definito come lo storico ufficiale della Massoneria italiana, dà per certa l’appartenenza dello scrittore alla Famiglia Massonica. Alcuni fatti biografici inoltre sembrano convalidare questa tesi: la fondazione nel 1848 di un periodico liberale intitolato “Il Lampione”, che come ebbe a dire il Lorenzini stesso doveva “far lume a chi brancolava nelle tenebre”, la partecipazione alle prime due guerre d’indipendenza, con i volontari toscani nel ’48 e come volontario arruolato nell’esercito piemontese nel ‘59, e la sua estrema vicinanza ideologica con il Mazzini per la quale egli stesso si definiva “Mazziniano sfegatato”.
Ma qual era allora l’intenzione primaria del Collodi, comporre una storia per bambini o uno scritto massonico?
Difficile rispondere, anche perché se si tiene presente la prima stesura del libro “Storia di un burattino”, che al capitolo XV°, sui 36 dell’opera definitiva, si concludeva con la morte di Pinocchio impiccato alla grande quercia, non possiamo parlare né di storia per bambini, perché essa non è certo divertente, né tanto meno didattica nella sua estrema truculenza; né possiamo vedere in essa un alcunché di esoterismo massonico perché ne manca la filosofia di fondo.
Allora forse la risposta è in quei 20 centesimi a riga che lo scrittore percepiva dall’editore. Ma nel 1881 il Collodi riprende il suo vecchio scritto, lo cambia e lo amplia portando a termine quell’opera che tutti conosciamo. C’era stato quindi nell’autore un ripensamento: da una storiella sterile, cupa, senza speranza, era nata quella che diventerà nel volgere di pochi anni la storia più famosa del mondo.
Pinocchio Massone – Rifacciamoci allora la domanda: Comporre una storia per bambini o uno scritto massonico?
Ritengo vera e naturale la prima delle due ipotesi, ma altrettanto vero è che egli abbia voluto descrivere e criticare uno spaccato della società del suo tempo. È infine naturale che egli abbia trasferito nella narrazione quegli elementi simbolici ed esoterici propri della cultura dell’Istituzione di cui faceva parte, riuscendo a fondere i due elementi in misura così profonda per cui questi ultimi possono risultare evidenti solamente a chi, come l’autore, sia stato educato a un certo modo di vedere e interpretare le cose.
Nel corso degli anni molti critici hanno dato del romanzo un’interpretazione religiosa in senso cattolico. Ultimo della serie, il Cardinale Giacomo Biffi. Non mi sembra proprio, almeno che per religiosità non si intendano quei concetti e quei valori quali la bontà, la generosità, il perdono e la famiglia, che sono alla base anche di ogni istituzione civile.
Nel romanzo, però, non appare nessun personaggio legato al mondo della religione. Tutti sappiamo quale importanza, non solo spirituale ma anche politica, avesse la Chiesa nell’Ottocento e come essa cercasse di influire sulla cultura e sull’educazione nazionale. Sarebbe stato quindi normale che, in una storia che vede per protagonista un burattino-bambino che vive in un paesino di campagna, si inserisse in qualche modo la figura di un prete, o almeno si facesse accenno a qualche attività connessa alla religione praticata.
Al contrario, di preti, chiese, immagini sacre, feste, cerimonie e pratiche religiose non vi è neppure l’ombra. Direi che questo è stato deliberatamente voluto, anche perché il Lorenzini non era certamente all’oscuro di manifestazioni e teorie religiose, avendo studiato presso gli Scolopi per qualche anno.
I tre principi fondamentali: Libertà, Eguaglianza, Fraternità
Analizzando bene tutta la struttura del libro, questa risulta imperniata su tre componenti fondamentali:
La Libertà, perché Pinocchio è un essere libero che ama la libertà.
L’Eguaglianza, sia perché l’unica aspirazione di Pinocchio è di essere simile agli altri, sia perché nessun personaggio prevale sull’altro, né per importanza né per rango o ceto sociale.
La Fraternità, perché questo è il sentimento principale per cui agiscono i personaggi della storia nelle più disparate situazioni.
Il Tempio e l’Iniziazione
Che cos’è quindi “Le avventure di Pinocchio”? Apriamo il libro ed entriamo in un Tempio Massonico, un Tempio dove sta per svolgersi la cerimonia più importante della vita massonica, cioè un’Iniziazione. Un’iniziazione completa, nei suoi tre gradi.
E chi sta per essere iniziato? Pinocchio, forse? No. Ma procediamo con ordine.
“C’era una volta…” — “un re…” — “no, un pezzo di legno!”. O forse sarebbe meglio dire: all’inizio c’è un Maestro. Mastro Antonio, detto Maestro Ciliegia, che potrebbe essere benissimo il Maestro Venerabile di questa ipotetica Loggia.
Mastro Antonio è un bravo falegname che si trova tra le mani un pezzo di legno. Se fosse stato uno scalpellino, avrebbe avuto certamente a che fare con una pietra. Fatto sta che da questa “pietra” il nostro Maestro vuole ricavarne qualcosa di buono, anzi di utile, come una zampa di tavolino.
E così — dice il Collodi — prese un’ascia arrotata per cominciare a digrossarlo.
Ma il bravo Maestro falegname si accorge ben presto che quel pezzo di legno, quasi informe, un semplice pezzo da catasta e non un legno di lusso, ha però in sé nascosta una qualità eccezionale: è vivo.
Dovrà quindi servire a qualcosa di più importante che diventare una zampa da tavolino o finire addirittura nel focolare.
L’ingresso nel Tempio: Geppetto
“In quel punto fu bussato alla porta.”
Si bussa, da profano, alla Porta del Tempio.
Ed ecco entrare il nostro bussante: Geppetto.
Geppetto è un vecchietto bizzosissimo, facile a diventare subito una bestia e non c’è più verso di tenerlo. Non è che la tolleranza sia il suo forte, ma fondamentalmente è un brav’uomo.
A chi meglio di lui potrebbe il Venerabile Maestro Antonio affidare l’incarico di digrossare quel pezzo di legno e farne qualcosa di buono?
Ed è così che Geppetto si porta il suo rozzo pezzo di legno — o, se vogliamo, la sua pietra grezza — nella sua misera casa, che guarda caso assomiglia molto a un “gabinetto di riflessione”:
“Una stanzina terrena che pigliava luce da un sottoscala, una seggiola cattiva, un tavolino tutto rovinato, un fuoco acceso ma dipinto, come dipinta è la pentola dell’acqua che bolle, come altrettanto dipinto è il fumo che essa manda fuori.”
La nascita dell’iniziato
Qui Geppetto compila il suo Testamento:
“Fabbricherò un burattino, lo voglio chiamar Pinocchio. Il nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia di Pinocchi: tutti se la passavano bene… il più ricco chiedeva l’elemosina.”
Trovato il nome, Geppetto comincia a lavorare con semplici arnesi e tanta volontà, in mezzo a dubbi e speranze.
Passando attraverso varie difficoltà, riesce finalmente a digrossare il pezzo di legno e a farne un burattino. Un burattino perfetto nel suo essere burattino, ma pur sempre un burattino.
Nasce Pinocchio dunque: un burattino di sani costumi, ma non del tutto formato, e quindi suscettibile di essere traviato dai richiami della vita profana.
Da questo momento, Geppetto e la sua creatura vivono quasi in simbiosi. L’artefice si identifica con la sua opera. Soffrono insieme, gioiscono insieme, affrontano insieme le stesse prove.
Nel capitolo VI, mentre Geppetto è in prigione, Pinocchio affronta:
– il vento (aria)
– l’acqua
– il fuoco
Aria, acqua, fuoco. Può essere tutto questo casuale?
Il cammino iniziatico e la purificazione
Sgrossata la pietra grezza, Geppetto ha compiuto progressi. Ma la perfezione è ancora lontana. Pinocchio comincia a maturare, promette di studiare, di lavorare, di diventare degno.
Ma il cammino è ancora lungo e pieno di prove.
Rischia di essere bruciato.
Viene impiccato.
Si libra nell’aria.
Si getta in mare.
Viene trasformato in ciuchino.
- Ogni prova è una purificazione.
- Ogni caduta è un passaggio.
- Ogni sofferenza è una trasformazione.
La Fatina dai Capelli Turchini: la Ragione
La Fatina rappresenta la Ragione, la guida invisibile.Interviene quando Pinocchio è sospeso tra vita e morte. Lo accoglie. Lo cura. Lo guida.
Gli promette la trasformazione, ma solo dopo le prove. La trasformazione non è concessa. È conquistata.
La morte simbolica e la rinascita
Entrando nelle fauci del pescecane, Pinocchio entra nell’oscurità totale.
È la morte simbolica.
Nel buio, vede una luce.
È Geppetto.
L’artefice e l’opera si ritrovano.
Pinocchio salva il padre.
L’opera salva il creatore.
La trasformazione finale
Pinocchio lavora. Studia. Si sacrifica. E una mattina si sveglia.
Non è più un burattino. È un essere umano.
La pietra grezza è diventata pietra levigata. L’iniziazione è compiuta.
Il vecchio burattino rimane lì, come memoria di ciò che era.
E Pinocchio pronuncia le parole finali: “Com’ero buffo, quando ero un burattino!
E come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!”
Fr. Giovanni Malevolti
Fonte: https://forum.termometropolitico.it/150276-pinocchio-massone.html
E’ interessante sapere che, quando una persona vuole intraprendere la via per essere ammesso ad un Loggia Massonica, la prima cosa che dovrà fare è… leggere Pinocchio e il Pifferaio Magico.
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