Si racconta che nel 1805 Émile Deschamps, poeta e scrittore francese, assaggiò per la prima volta un dolce inglese, il plum pudding, grazie a un uomo chiamato Monsieur de Fontgibu.
Per un francese dell’epoca, quel dolce era qualcosa di piuttosto insolito, e l’episodio rimase impresso nella sua memoria. Passarono gli anni.
Dieci anni dopo, Deschamps si trovava in un ristorante di Parigi
quando vide nel menù proprio il plum pudding. Il ricordo di quel primo assaggio riaffiorò subito, e decise di ordinarlo, ma il cameriere gli spiegò che l’ultima porzione era già stata servita a un altro cliente.
Chi era quel cliente?
Monsieur de Fontgibu.
Già questo basterebbe a far sorridere chi conosce il linguaggio delle sincronicità significative, ma la storia non è ancora conclusa.
Molti anni più tardi, nel 1832
Deschamps partecipò a una cena in cui, ancora una volta, venne servito il plum pudding.
A quel punto raccontò agli invitati i due episodi precedenti e, divertito dall’assurdità della sequenza, disse che mancava solo Monsieur de Fontgibu per completare la scena.
E proprio in quel momento entrò nella stanza un uomo anziano e confuso.
Era Monsieur de Fontgibu, aveva sbagliato indirizzo.
La prima volta era stata una scoperta. La seconda, una sorpresa, la terza, quasi una firma.
Il plum pudding sembrava essere diventato un filo rosso, un oggetto-simbolo capace di unire tre momenti lontani della vita attraverso la presenza dello stesso uomo.
Forse lo scopo di quegli incontri non era produrre qualcosa tra Deschamps e Monsieur de Fontgibu. Forse non doveva nascere un’amicizia, né un destino condiviso.
Forse doveva nascere solo il racconto.
E il racconto, attraversando il tempo, è diventato un piccolo seme di meraviglia per tutti coloro che lo hanno incontrato. Anche Jung lo raccontava.
Non tutte le sincronicità hanno uno scopo pratico immediato, a volte non servono a far accadere qualcosa, ma a mostrare che la realtà possiede un ordine più sottile di quello lineare.
Quando l’invisibile tesse la sua trama è come se la vita dicesse:
“Vedi? Io posso tessere trame che la mente non saprebbe inventare.”
Forse è proprio questo il dono di certe storie:
non ci obbligano a credere, ma ci invitano a vedere e sentire meglio.
Perché, a volte, l’invisibile non parla con eventi eclatanti, si serve di un incontro, di una frase, di un libro dimenticato, o perfino di un dolce inglese servito al momento giusto.
C’è persino una curiosa risonanza nei nomi: Deschamps richiama “i campi”, mentre Fontgibu custodisce il significato di una fonte o sorgente.
Il plum pudding, per assonanza con la plume francese, la penna.
Diventa quasi il segno attraverso cui il campo, irrigato dalla sorgente, può infine essere scritto.
Questa è una lettura da Visione Alchemica: non pretende di dimostrare, ma apre una soglia intuitiva e simbolica.
Patrizia Pezzarossa
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